Dal 25 Novembre al 4 Dicembre 2022

Venerdì e Sabato ore 21.00 – Domenica ore 17.30

Le nuvole

di Aristofane

Adattamento e Regia Vincenzo Zingaro
Con Fabrizio Passerini, Ugo Cardinali, Rocco Militano, Annalena Lombardi, Piero Sarpa, Laura De Angelis, Sina Sebastiani
Maschere Rino Carboni – Musiche Giovanni Zappalorto – Costumi Emiliana Di Rubbo
Scene Vincenzo Zingaro
Disegno Luci Giovanna Venzi

In occasione del TRENTENNALE della Compagnia CASTALIA, una storica edizione, considerata da importanti studiosi come una delle più importanti rappresentazioni mai realizzate del testo di Aristofane e inserita dall’Università di Roma “LA SAPIENZA” nel progetto internazionale “IL TEATRO CLASSICO OGGI”. L’evento, rappresenta un’occasione unica per immergersi nel meraviglioso gioco della commedia attica antica, di cui Vincenzo Zingaro ha recuperato lo spirito più autentico attraverso l’uso delle maschere, create per l’occasione dal celebre Rino Carboni Studio (di ricordiamo il sodalizio con Federico Fellini).

Lo spettacolo, che 30 anni fa segnò la nascita della Compagnia CASTALIA, considerata una delle Compagnie più prestigiose nell’allestimento di commedie classiche, ottenne nelle sue due precedenti edizioni, al Teatro ARCOBALENO e nell’ambito di importanti Festival (OSTIA ANTICA, FERENTO, TEATRI DI PIETRA, LEUCIANA FESTIVAL, e tanti altri), uno straordinario successo di pubblico e di critica. Lo spettacolo, di grande impatto, divertente e suggestivo, avvolge gli spettatori in un’atmosfera magica, proiettandoli nell’animato fermento culturale dell’Atene del V secolo a. C., tra satira graffiante e stravagante fantasia, offrendo l’occasione per riflettere su importanti temi sociali, ancora oggi attuali. L’attacco contro i sofisti, dipinti da Aristofane come cialtroni, dediti a contrabbandare idee senza senso, pericolosi, in quanto capaci di attrarre i giovani con l’abilità dialettica, allontanandoli dai valori veri, oggi potrebbe infatti essere rivolto contro la degenerazione del sistema televisivo, che riesce ad imporre fenomeni e modelli spesso senza alcuna consistenza. E proprio per chi vuole fuggire dall’omologazione televisiva, sempre più invadente anche in campo teatrale, questo spettacolo offre la possibilità di assistere a un evento veramente particolare, realizzato da una Compagnia specializzata da tanti anni nella rappresentazione della Commedia classica antica, in un progetto che ha coinvolto migliaia di giovani.

Cenni storici

Aristofane fu uno dei maggiori autori della commedia attica antica. Di lui si hanno scarse notizie: nacque tra il 450 e il 445 a.c. e morì intorno al 380 a.c. Gli inizi della sua carriera avvengono qualche anno dopo lo scoppio della grande guerra del Peloponneso, l’interminabile conflitto fra Sparta e Atene. Così, la sua attività è contrassegnata da un costante appello alla pace e inoltre da un viscerale amore per la natura e per la vita semplice dei campi, vagheggiate attraverso immagini poetiche di eccezionale bellezza. Alle suggestive atmosfere liriche, affidate per lo più ai cori, Aristofane alterna momenti di travolgente comicità, un vero e proprio campionario: dalle semplici canzonature e le grottesche caratterizzazioni, alla satira feroce, ai lazzi scurrili, al coinvolgimento diretto del pubblico. Un gioco in cui, alla dirompente fantasia creativa, espressione di gioia e di vitalità, si accompagna una coscienza politica sempre attenta ai problemi della pòlis ateniese, che si trovava nel periodo più delicato della sua storia: disonestà della nuova classe politica, militarismo, mistificazione da parte dei nuovi intellettuali e dei nuovi poeti, capaci di “smantellare la solidità delle antiche tradizioni” (di qui l’attacco a Socrate e a Euripide), depravazione morale e demagogia, sono gli aspetti contro cui il poeta si scaglia continuamente e che costituiscono il tema dominante delle sue commedie. L’Atene di Aristofane era quella dei tempi di Milziade, il leggendario vincitore di Maratona, e di Aristide, l’uomo che incarnava il più alto esempio di rettitudine etica e politica. Questi due nomi rappresentano il canone delle virtù morali e militari, tracciato nostalgicamente proprio nel “Discorso Giusto” de LE NUVOLE. Ma al di là di ogni possibile idealizzazione, nell’opera di Aristofane vive il mito di una città che rappresenta comunque la culla della civiltà occidentale: la città dell’arte, del bello, del pensiero, di cui il poeta fu il più appassionato cantore. La commedia attica antica nasce in Grecia nel V secolo a.c., e si afferma successivamente rispetto alla tragedia. Aristotele, nella Poetica, ne fa risalire il termine da kòmos , la gioia dionisiaca che segue il banchetto e quindi l’origine dalle falloforie, le processioni in onore del dio Dioniso in cui si portava in giro il fallo, simbolo della fecondità. I partecipanti si muovevano, travestiti da animali, danzando e cantando e al loro coro rispondeva il coro degli astanti, con scambi di battute e motteggi. Questo spiegherebbe la presenza del duplice coro nella commedia attica antica. Per quanto riguarda invece la presenza degli attori, essi deriverebbero dai fliaci, da cui si era sviluppata la farsa fliacica, una rudimentale rappresentazione comica, di argomento breve e scurrile, in cui gli attori indossavano la maschera, un camiciotto imbottito e il fallo. La commedia attica antica era una commedia a sfondo sociale e politico; una satira ad personam, in quanto esponeva al pubblico ludibrio personaggi noti, che l’autore riteneva responsabili del degrado morale e politico della pòlis. Tutto questo mescolato a voli fantastici e creazioni fiabesche affidate alle suggestive cornici dei cori, danzati, parlati e cantati. Il coro era l’anima del teatro greco ed assolveva a una duplice funzione: di personaggio, che interagisce con gli altri personaggi e, nel contempo, di “coscienza”, di entità che esprime il giudizio dello spettatore ideale. Quando si passerà alla commedia attica nuova di Menandro, il variegato mondo della fantasia e dell’impegno politico viene a scomparire e con esso la funzione del coro: i personaggi, che prima erano svariati, estrapolati dal tessuto cittadino, ora sono ridotti a “tipi fissi” e l’azione ad espressione di motivi standardizzati, tratti dalla vita familiare, all’interno delle pareti domestiche. Muore così, con la commedia attica antica, la grande stagione di Atene, che rimane immortale nell’opera dei suoi uomini migliori: fra questi non possiamo non riconoscere un posto di primo piano ad Aristofane.

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Saggio del Prof. Franco Voltaggio

“LE NUVOLE” E L’ELOGIO DELL’IRONIA
(La rivisitazione del teatro antico nell’opera registica di Vincenzo Zingaro)
del Prof. Franco Voltaggio – Docente di Filosofia Teoretica e Filosofia della Scienza presso l’Università di Roma “La Sapienza” e l’Università di Macerata.

Esiste, lo sappiamo, una magia del teatro. La capacità di trasformare la realtà volgendola da quel che è in quello che dovrebbe essere, traendone come da un frutto saporoso, ma dalla brutta apparenza, il suo succo. In questo senso, il teatro è, per definizione ed essenza, un praeceptor mundi. La stolida convinzione del senso comune, secondo cui quelle che si agitano sulla scena sono semplici fole, buone tutt’al più per “divertirsi”, e che il frequente “lieto fine” di ogni play – il trionfo del bene sul male – sia un inganno che vale solo per i bambini, non coglie il senso della “missione teatrale”, quella di far apparire le cose non come sono, ma quali dovrebbero essere. E’ questo il fine, magari non sempre consaputo, del teatro ed è questo a nostro parere, la destinazione essenziale dell’attore, l’hypokritès greco, il quale certamente finge ed è perciò “ipocrita”, ma la cui finzione è, in realtà, quella del vasaio che dall’informe argilla trae uno splendido vaso. Ove lo spettatore riesca ad apprendere la lezione che gli viene impartita, sente placarsi le proprie passioni e avverte la propria vita svelata dalle luci del palcoscenico, finalmente illuminata da un significato che il vissuto quotidiano, nella sua miseria, gli nasconde. Ma perché il miracolo del teatro abbia luogo occorre una singolare figura di deus ex machina, il regista – che preferiremmo chiamare con parola antica “capocomico” – giacché questo è persona destinata a inquadrare gli attori in un gioco complessivo, in cui ciascuno di essi si propone quale metafora di una passione, allegoria di un sentimento. Ma chi può fare, in realtà, il regista? Solo chi sia dotato di una personalità “savioselvatica”: un soggetto risentito, aspro, attraversato dal fuoco delle passioni e da una remota collera nei confronti del mondo e, nel contempo, illuminato dall’ironia, dalla nostalgia del bene e, frammezzo al baluginare delle capricciose note dei desideri, da una forte vocazione ad educare. Vincenzo Zingaro è tale persona. Quando, ancora giovanissimo, iniziò la prima prova di regia, ebbe un incontro fecondo, in qualche modo predestinato, con il teatro greco. Dotato di un’eccellente cultura umanistica avrebbe potuto entrare immediatamente in contatto con i grandi tragici. Preferì la commedia attica. Perché? Probabilmente perché pensava, a ragione, che “lo scherzo” veicola il messaggio giusto e che, in qualche modo, non c’è nulla di più terribilmente serio di una risata liberatoria. Di qui la scelta di Aristofane e della sua più celebre commedia, LE NUVOLE, della quale, nel 1992, curò una strepitosa regia nell’anfiteatro del Museo Barberini di Palestrina. LE NUVOLE precedono di anni il processo e la morte di Socrate che, nella commedia, è presentato come un bizzarro tipo di scansafatiche, un intellettuale perso dietro ad arzigogoli dialettici, fantasticazioni insensate. L’uomo, che risiede permanentemente in una specie di amaca sospesa in una stanza della sua casa, il “pensatoio”, è però dotato di un fascino tutto suo, capace di attirare i giovani, facendone allievi devoti, e allentandoli dai doveri di cittadini. Socrate, la disperazione dei padri di famiglia, sarà in futuro imputato di gravi delitti, quali l’introduzione di nuove divinità nel panteon ateniese, lo spregio dei vecchi dei della città e la corruzione dei giovani, perché da lui indotti a violare le leggi della città. Dunque la piena condivisione della pubblica opinione degli Ateniesi a riguardo di Socrate e degli altri pericolosi sophistai (= intellettuali) che, all’epoca, affollavano Atene. Ma è davvero questo il messaggio che Aristofane voleva trasmettere ai suoi concittadini? Sospettiamo di no. Aristofane non prende in giro soltanto i “pensatori”; anche gli dei, che tutti dicono disprezzati da Socrate, sono, in un’altra commedia, portati in canzone. E del resto, la sapiente rappresentazione aristofanea del makrologos e del mikrologos, ci permette di pensare che il grande commediografo conoscesse bene tutte le complesse argomentazioni logiche dei sophistai del suo tempo. Né siamo inclini dal ritenere che Socrate, al pari degli altri spettatori, non ridesse di cuore allo spettacolo de LE NUVOLE. A poco a poco, sul filo di un’attenta rilettura del testo, quale quella proposta da Zingaro, si fa strada un’altra, probabilmente più veritiera interpretazione. LE NUVOLE sono, in realtà, un vertiginoso elogio dell’ironia e dunque della stessa ironia socratica, intesa a confutare le poco scaltrite opinioni del senso comune, un’ironia, tuttavia, che può essere esercitata e diventare alta pedagogia, quando sappia rivolgersi contro se stessa. Socrate, il filosofo, non può farlo; il teatro, con Aristofane, si. Confessiamo che ci pare questa la lezione che abbiamo appreso assistendo alla prima rappresentazione che Zingaro dette, tanti anni fa, de LE NUVOLE. Solo chi è capace di vivere la filosofia non come un incubo, ma come una fonte di gioia, può comprendere che canzonare gli ardui cimenti del pensiero è forse il modo più diretto per coglierne il significato e l’uso. Ma ci vuole il teatro e ci vuole un moderno deus ex machina, fautore, come Zingaro, di una illuminante regia.

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Note di Regia

Un tuffo nell’ immaginario giocoso e infantile, nella distesa immensa di paesaggi assolati, nel bagliore caldo delle fiaccole notturne, nell’ incanto di un mondo dove tutto si dispone in un’armonica composizione: è questa la sensazione che ho ricevuto da Aristofane quando mi immersi per la prima volta nella lettura de LE NUVOLE.   Meteorismi e defecazioni, lazzi, percosse, scherzi osceni, come per magia si fondono, senza alcuna stonatura, nella delicatezza delle immagini poetiche con le quali il drammaturgo ci fa librare in volo. Anzi, sta proprio in questo il fascino delle sue creazioni, in quella inafferrabile ed eterogenea varietà di colori, tipica delle opere dei grandi geni, che nel sottrarsi a regole e classificazioni, raggiungono le più alte vette della comunicazione. Aristofane ha un guizzo tutto suo: egli parte da una situazione iniziale di disagio di un personaggio o della collettività, per la cui risoluzione fa seguire l’elaborazione di un piano bizzarro. Di qui una serie di gag scoppiettanti, affidate a una irresistibile carrellata di personaggi, quasi da Cartoon, presi ora dalla vita reale, ora dalla fantasia. In effetti, ci sono molte affinità fra il mondo Scenico di Aristofane e quello di Walt Disney: dallo zoomorfismo dei Cori, che danno vita a gustose elaborazioni di figure animali, da cui prendono il titolo diverse commedie (Le Vespe, Le Rone, Gli Uccelli); alla fantasia con cui si materializzano figure allegoriche come i “Discorsi”‘ de LE NUVOLE; all’uso degli oggetti animati, come avviene ne Le Vespe, in cui vanno a deporre in tribunale un piatto, un pestello, una grattugia e delle pentole; agli insoliti abbinamenti di parole e di effetti linguistici, tali da produrre un originale universo sonoro paragonabile a quello dei fumetti.

E’ un mondo che trasmette gioia, freschezza, trasparenza, in cui l’osceno non è mai morboso e la profondità del messaggio passa attraverso i toni della leggerezza e della provocazione.

Ne LE NUVOLE, il poeta condanna l’arroganza intellettuale di Socrate. facendone il simbolo di una cultura emergente pericolosamente relativista e sovvertitrice. L’immagine scenica del filosofo non corrisponde certo a quella reale, ma Aristofane ne ricava l’ispirazione per una pungente satira contro il potere mistificatorio di certi fenomeni alla moda in grado di influenzare le masse, offuscandone le coscienze (quanto è simile a quello che viviamo nella nostra moderna società). Ecco, allora, che nella mia messinscena, Socrate compare su un trono sospeso nell’aria; la maschera di pietra, l’abito ieratico gli conferiscono un aspetto sacrale che induce all’assoggettamento. I Discepoli ne sono l’esempio più evidente: essi perdono la loro dignità di esseri umani, trasfigurandosi in “polli” razzolanti nell’aia del padrone. Altrettanto dura è la critica mossa contro la disonestà del rozzo Strepsiade, incarnazione della stolta meschinità di chi, alla ricerca di facili e illecite scorciatoie, si fa irretire accettando qualsiasi insensatezza. Ma Aristofane ama sovvertire ogni ordine, persino quello da lui invocato, per spingerei a riflettere sulla precaria condizione che accomuna tutti gli esseri umani e, alla fine, dopo l’agone dei Discorsi, si lascia andare ad una canzonatoria ammissione, che travalica ogni intento polemico:”…siamo tutti dei culi aperti!”. E’ una grande lezione di libertà intellettuale, dove svetta un sentimento di riconciliazione, di riappropriazione di una perduta semplicità. Ed è con semplicità che mi addentro nuovamente nel “pensatoio per imparare non a “imbrogliare” ma a capire di più e a gioire, insieme agli attori, della possibilità che mi è data. Diceva Hegel: “Chi non ha letto Aristofane non può capire cosa vuoi dire la felicità”. Sono trascorsi più di 2000 anni dalla prima rappresentazione de LE NUVOLE, avvenuta nel 423 a.C. ed è impressionante quanto l’opera riesca a conservare intatta e attuale la forza del suo messaggio. L’attacco contro i sofisti, dipinti da Aristofane come cialtroni, dediti a contrabbandare idee senza senso, pericolosi, in quanto capaci di attrarre i giovani con l’abilità dialettica, allontanandoli dai valori veri, oggi potrebbe essere rivolto contro la degenerazione del sistema televisivo che riesce ad imporre fenomeni e modelli spesso senza alcuna consistenza. Cito a questo proposito un passo tratto dal saggio HOMO VIDENS, in cui Giovanni Sartori critica la deformazione dei criteri della comunicazione televisiva: “…la visibilità è garantita alle posizioni estreme, alle stravaganze e alle esagerazioni: più una tesi è sballata e più viene reclamizzata e diffusa. Le menti vuote si specializzano in estremismo intellettuale, e cosi acquistano notorietà, diffondendo vuotaggini. Ne risulta una formidabile selezione alla rovescia. Vengono a galla i ciarlatani, i pensatori da strapazzo, i novisti a ogni costo, e restano in ombra le persone serie e veramente pensanti:”

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