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Aulularia

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Aulularia
dal 29 dicembre 2017 al 4 febbraio 2018

venerdì e sabato ore 21:00 - domenica ore 17:30

AULULARIA (La commedia della pentola)
di 
T.M. Plauto

Adattamento e Regia Vincenzo Zingaro

con Ugo Cardinali, Rocco Militano, Fabrizio Passerini, Annalena Lombardi,

Laura De Angelis, Piero Sarpa.

Musiche Giovanni Zappalorto - Scene Vincenzo Zingaro - Costumi Emiliana Di Rubbo

Disegno Luci Giovanna Venzi - Organizzazione Barbara Gai Barbieri

Produzione CASTALIA Compagnia Teatrale

Note 

“AULULARIA” (La commedia della pentola) è una delle opere più divertenti e significative di Plauto, uno splendido esempio di “commedia di carattere”, emblematico del passaggio dalla commedia greca (la nèa) alla commedia latina (la fabula palliata)e quindi a quella moderna.
Il carattere burbero e avaro del protagonista (che Plauto mutua dal “Dyskolos” di Menandro), si imporrà nei secoli, tanto da generare un prototipo, al pari dell’altra figura intramontabile del teatro plautino, quella del soldato spaccone nel “Miles gloriosus”. Ricordiamo che Molière elaborò il suo celebre AVARO rifacendosi proprio all’AULULARIA.
Lo straordinario e divertentissimo allestimento di Vincenzo Zingaro restituisce tutti gli aspetti del teatro plautino,proiettando l’opera in una dimensione interculturale, in una sorta di comunità multietnica, fiabesca e surreale, dove si fondono i più svariati elementi linguistici e figurativi (tale d'altronde doveva apparire Roma, per molti aspetti, ai tempi di Plauto). La vicenda del vecchio avaro Tienichiuso (i nomi dei personaggi sono quelli tradotti da Ettore Paratore), diventa così una favola senza tempo, dove è l’aspetto ludico a dettare le sue leggi: il tema dell’avarizia, diventa oggetto di un’indagine etica condotta “modernamente” sulle antiche orme tracciate dal più grande commediografo di tutti i tempi.

Note di Regia 

“Niente è più effimero di uno spettacolo teatrale. La sua esistenza è infatti legata alla passeggera e simultanea simbiosi di attori, pubblico e rappresentazione…”. Su queste parole lo storico Niall W. Slater, nel saggio Plautus in performance, fonda il suo tentativo di analizzare il teatro, che definisce un “informe assemblaggio dall’eterno divenire”. Questa natura multiforme, all’insegna di una continua contaminazione, è alla base dell’evento teatrale, come inderogabile necessità di superare i confini del precostituito, per creare uno scambio sempre vivo con il pubblico. E’ in tale ottica che Plauto può essere considerato il fondatore del teatro moderno. Il segno dominante della sua opera è proprio la contaminatio. In lui confluiscono, infatti, la tradizione della Commedia Nuova greca e quella delle forme autoctone italiche di drammatizzazione, come la celebre farsa atellana. Il suo successo nei secoli deriva dalla fenomenale inventiva e dalla straordinaria vis comica con cui riesce a rimaneggiare gli originali, creando un esilarante connubio tra i più raffinati modelli greci e le espressioni tipiche della cultura popolare italica. La sua più grande intuizione fu quella di aver capito che per portare in scena le commedie greche non bastava semplicemente tradurle in latino, ma occorreva compiere su di esse un’autentica opera di “riteatralizzazione”, perché il pubblico romano (così diverso da quello greco) le apprezzasse. Così facendo, Plauto supera i confini tracciati dai suoi modelli, innestando nuova linfa vitale nella commedia. Nell’AULULARIA, una delle sue opere più divertenti e più mature, rielabora, come in altre commedie, il modello offerto da Menandro (in questo caso, del “Dyskolos”). Se Menandro, ha cercato di imitare la vita, Plauto ha cercato il modo di divertirsi con l’idea dell’imitazione, creando un gioco a tutto campo: prologhi, monologhi, battute “a parte”, conducono l’evento teatrale su un doppio binario, coinvolgendo gli spettatori in una dimensione metateatrale, scandita dal ritmo incalzante dell’improvvisazione che si fa scrittura e viceversa. E’ un modo di concepire la commedia, con i suoi tòpoi, i suoi personaggi spinti verso il parossismo (i cosiddetti "tipi fissi"), che influenzerà lo sviluppo del teatro nei secoli. Considerato un modello dagli Umanisti, infatti, Plauto, fu l’ispiratore di tutto il teatro comico del Cinquecento (dalla Commedia erudita alla Commedia dell'Arte) e quindi di quello moderno; da lui si dipana un filo conduttore che, attraverso Ariosto, Machiavelli, Shakespeare, Molière e Goldoni, giunge fino ai nostri giorni (pensiamo al Varietà, fino alla cosiddetta Commedia all’Italiana del nostro cinema). Nei miei allestimenti, ho sempre cercato di stimolare lo spettatore a rintracciare proprio quel filo che, nei suoi innumerevoli volteggi, giunge sino a noi, come un'inconfutabile legame fra il teatro antico e quello contemporaneo. Con questo allestimento dell’AULULARIA mi sono divertito, perciò, a proiettare la commedia in una dimensione interculturale, in una sorta di comunità multietnica, fiabesca e surreale, dove si fondono i più svariati elementi linguistici e figurativi (tale d'altronde doveva apparire, per molti aspetti, la Roma cosmopolita del III sec. a. C., al cui humus popolare e variegato Plauto attingeva). Ho immaginato la vicenda prendere vita in un magazzino di scenografia, ai margini di una periferia italiana dei nostri giorni, dove un guardiano di origine slava, una notte, trova un libro in cui è stampata l’opera di Plauto; incuriosito, legge l’Aulularia e quando si addormenta ne sogna i personaggi, trasfigurandoli in una sarabanda di forme, suoni e colori dal quotidiano sapore italico, mescolato con quello della sua terra. Il sogno, si sa, è un contenitore di imprevedibili visioni e al nostro slavo fa persino immaginare che la parte del prologo (affidata da Plauto al Lare, la divinità protettrice del focolare domestico, presso i Romani), venga interpretata da una TV, a dimostrazione dell'avvenuto consolidamento ormai nell'immaginario collettivo, di un'idea dell'oggetto mediatico come nuovo sistema apportatore di "valori", tale da costituire per le famiglie una presenza fondamentale, foriera di ogni racconto e dispensatrice di facili ricchezze. In questa provocatoria interpretazione, ho cercato quindi di mettere alla prova gli antichi meccanismi del teatro plautino, confrontandoli con le moderne dinamiche di un mondo globalizzato, nell’intento di dimostrare quanto quei meccanismi siano il fondamento di una vis comica dalle forme e dai contenuti sempre attuali. “Nec noctu nec diu quietus umquam eram…” (“Né di notte né di giorno mai ero sereno…”) recita l’avaro protagonista in un frammento della commedia: questa condizione di schiavitù, di abbrutimento, generata dall’avarizia, dall’avidità, come una malattia che divora l’anima, costituisce il tema centrale dell’opera e nel finale della mia messinscena, allorché il testo di Plauto si rivela incompleto, prende una strada particolarmente significativa (la malattia è contagiosa e non può che produrre i medesimi effetti in chi la “contrae”). La vicenda del vecchio Tienichiuso (ho preso in prestito la colorita traduzione dei nomi che fa Paratore) diventa così una favola senza tempo, dove è l’aspetto ludico a dettare le sue leggi: il tema dell’avarizia, diventa oggetto di un’indagine etica condotta “modernamente” sulle antiche orme tracciate dal più grande commediografo di tutti i tempi.

Vincenzo Zingaro

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