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Il Soldato Spaccone

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Il soldato Spaccone (Miles Gloriosus)
dal 19 Aprile al 6 Maggio 2018

giovedì, venerdì e sabato ore 21:00 - domenica ore 17:30

IL SOLDATO SPACCONE (Miles Gloriosus)
di 
T. M. Plauto

Adattamento e Regia Vincenzo Zingaro

con Vincenzo Zingaro, Fabrizio Passerini, Annalena Lombardi, Rocco Militano, Ugo Cardinali, 

Laura De Angelis, Piero Sarpa, Miriana Minichino

Musiche Nando Citarella  Maschere Carboni Studio  

Costumi Paola Pani   Scene Luisa Taravella   Luci Giovanna Venzi

Produzione CASTALIA Compagnia Teatrale

Note 

Vincenzo Zingaro riporta in scena, a grande richiesta, il suo cavallo di battaglia, dirigendo ed interpretando IL SOLDATO SPACCONE di Plauto, rappresentato in importanti Festival con straordinario successo di pubblico e di critica (TAORMINA ARTE, OSTIA ANTICA, TEATRI DI PIETRA, etc.). 

IL SOLDATO SPACCONE (Miles Gloriosus) è uno dei maggiori capolavori della commedia classica. Il protagonista, si impone come uno dei personaggi più felici della storia del teatro, per le innumerevoli rivisitazioni di cui è stato oggetto nei secoli, tanto da costituire un archetipo nell’immaginario teatrale e letterario. L'adattamento di Vincenzo Zingaro, affronta il testo plautino evidenziando il rapporto che ebbe con la Commedia dell'Arte. Tenendo presente che proprio dal personaggio del “soldato spaccone”, nato dalla fantasia del Sarsinate, presero vita quegli intramontabili Capitani che conosciamo con i nomi di Capitan Spaventa, Fracassa, Matamoros, ecc., lo spettacolo vuole narrare le gesta del protagonista evocando i molteplici percorsi della sua evoluzione nei secoli: da Pirgopolinice a Scaramouche, a Don Chisciotte, a Cyrano de Bergerac, fino a Brancaleone. Un viaggio, insomma, seguendo quel filo conduttore che lega la Commedia antica alla Commedia dell’Arte e, fino ai nostri giorni, alla cosiddetta Commedia all’italiana. Un’occasione per immergersi nella nostra tradizione teatrale più autentica, evidenziando l’importanza che l’eredità del teatro latino ebbe nello sviluppo del teatro moderno. Una rappresentazione estremamente divertente e suggestiva, dal sapore mediterraneo, colorata dalle vivaci atmosfere della musica popolare partenopea (ad opera di Nando Citarella), in cui il pubblico, travolto dal ritmo vorticoso di una comicità scoppiettante, si diverte a partecipare in prima persona, contribuendo a creare, insieme agli attori, un gioco di ammiccamenti e di improvvisazioni.


CENNI STORICI

Miles Gloriosus, scritto da T. Maccio Plauto tra il 205 ed il 206 a.C., rappresenta un caposaldo della comicità di tutti i tempi. Plauto dichiara di essersi ispirato all’Alazòn, commedia greca la cui paternità ci è sconosciuta. Egli fu, infatti, autore di fabula palliata, quel genere latino che rielabora opere prese a prestito dalla nèa, la commedia nuova greca; il suo successo però viene dalla fenomenale inventiva e dalla straordinaria vis comica con cui riesce a rimaneggiare gli originali, giungendo ad un esilarante connubio tra i più raffinati modelli greci e quelle espressioni tipiche della cultura italica popolare, come l’atellana. Di origine campana, (il nome deriva dall’antica città di Atella, presso Napoli), l’atellana - importata a Roma nel III secolo a. C., diventando l'espressione teatrale più verace del popolo romano - era una forma di intrattenimento farsesco, che, per l’uso di maschere fisse e di una sorta di canovaccio sul quale improvvisare, ha anticipato in qualche modo quell’importante e variegato fenomeno che caratterizzò il teatro italiano tra il ‘500 ed il ’700,  denominato Commedia dell’Arte. Gli studiosi (da Anton Giulio Bragaglia al Wickham) che hanno  tentato di tracciare una linea di continuità fra questo fenomeno e il teatro antico, hanno ravvisato nei tipi fissi dell’atellana - Maccus, Pappus, Dossenus e Bucco – a ciascuno dei quali erano attribuiti connotati specifici, caratteristiche riscontrabili nell’universo dei personaggi-maschere dei comici dell’Arte. Primo fra tutti è sicuramente Pulcinella. La somiglianza con Maccusè impressionante, non solo per le caratteristiche fisiche (la maschera col naso adunco, il costume, composto da pantaloni larghi, camicione legato alla cintola e cappuccio a punta) ma anche per quelle psicologiche: la ghiottoneria, l’ignoranza, la bricconaggine, un misto di sciocca ingenuità e di astuzia fraudolenta, di vigliaccheria e di prontezza nella menzogna. In questi panni Plauto dovette destreggiarsi assai bene come attore, se l’ipotesi più accreditata sull’origine del suo nome – Maccio  -  si basa proprio sul fatto di aver ricoperto più volte e con successo il ruolo di Maccus. Amatissimo quindi già dal pubblico romano (sia come attore che come autore), ritenuto in seguito dagli umanisti modello drammaturgico insieme a Terenzio, Plauto fu l’ispiratore dei primi testi in lingua volgare del teatro italiano e può essere considerato il padre di tutto il teatro comico europeo.

Note di Regia 

Nel mio adattamento affronto il capolavoro plautino soffermandomi sul rapporto che ebbe con la Commedia dell’Arte, tenendo presente che proprio dal soldato spaccone presero vita quegli intramontabili Capitani che conosciamo coi nomi di Capitan Fracassa, Spavento, Matamoros,  Spezzamonti, ecc.  Recuperando, così, gli antichi scenari dei comici dell’Arte, in particol modo “Le Bravure di Capitan Spavento” di Francesco Andreini, capocomico della celebre compagnia dei Gelosi, sono giunto ad una rielaborazione del Miles Gloriosus arricchita di nuove sfumature, che lasciano l’immaginazione libera di evocare le gesta del protagonista attraverso i molteplici percorsi della sua evoluzione nei secoli: da Pirgopolinice a Scaramouche, a Don Chisciotte, a Cyrano de Bergerac, fino a Brancaleone. Un viaggio, insomma, seguendo quel filo conduttore che lega la Commedia classica alla Commedia dell’Arte e, fino ai nostri giorni, alla cosiddetta Commedia all’italiana. Ad animare questa scelta non c’è stata da parte mia l’intenzione di ricercare una vera e propria ricostruzione di un genere (la Commedia dell’Arte, appunto), quanto quella di rintracciare i principi che stanno alla base di una tradizione attoriale, che si fonda sul cosiddetto “codice energico”, cioè quello stile recitativo che fa un uso “sapiente” della deformazione corporea e vocale, riscontrabili anche in alcuni nostri grandi attori del Novecento (pensiamo, ad esempio, a Petrolini, a Totò, a Dario Fo, o per diversi aspetti a Vittorio Gassman). Intendo per deformazione corporea l’utilizzo del corpo in direzione assolutamente non naturalistica, ma “extraquotidiana”, basata su condizioni di particolare alterazione dell’equilibrio, che giocando sullo sviluppo di forze contrastanti rompono in maniera fortemente dinamica lo spazio scenico, risultando, perciò, accattivanti (ad esempio la figura del capitano presenta il busto retratto mentre le gambe divaricate sembrerebbero sospingerlo in avanti). Allo stesso modo, intendo per deformazione vocale un’alterazione della parola, a livello sia fonico che linguistico. In questa direzione faccio uso ancora una volta dei dialetti (nostro autentico patrimonio) non a fini realistici, ma come fraseggio ritmico-musicale, in modo da rendere l’attore strumento e allo stesso tempo compositore di una vera e propria partitura, rispondente ad una “partitura scenica” globale. Il testo plautino diventa così l’occasione per salire su un carrozzone e mettermi in viaggio verso territori sospesi fra storia e immaginazione, per incontrare personaggi, colori e suoni su cui si è formata la nostra tradizione teatrale più autentica. Il ‘500 italiano ha rappresentato per la storia del Teatro europeo una pagina preziosa e rivoluzionaria, piena di avvincenti e travagliate battaglie: la nascita del professionismo, le Compagnie girovaghe, la rivendicazione di un ruolo centrale dell’attore nell’evento teatrale, ma soprattutto (e questa si rivelò la più ardua delle battaglie), la rivendicazione di una collocazione sociale e di una dignità, a lungo negate. Inserendo la vicenda plautina nel repertorio di una Compagnia di comici dell’Arte, ho cercato romanticamente, pur nell’assoluta fedeltà all’originale latino, di recuperare la ricchezza e la miseria di un mito vagheggiato in tutto il mondo. Niente più del Miles Gloriosus poteva offrirmi un’occasione così invitante. Egli, con il volteggiare della sua spada, sembra rappresentare il gesto stesso del fare teatro, spavaldo e sofferto, come di chi titanicamente oppone alla morte il fragile, eterno gioco del teatro.

Vincenzo Zingaro

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